Numero Zero, Umberto Eco e quella sensazione di mah.

29/01/2015

umberto-eco-e-numero-zero-bestseller-sul-catt-L-7qKWKjPremetto che non sono uno di quelli che ha letto tutto Eco, non sono così intelligente. Io sono uno da Stephen King, da Lovecraft, da saggi divulgativi alla Hawking sull’universo, insomma roba che si legge ma che non necessita di una cultura di backgound particolarmente impegnativa. Però qualcosina di Umberto Eco ho letto, con alterne fortune. Il Pendolo di Fucault per esempio mi ha rapito in maniera totale. Sarà per gli argomenti a me cari al tempo della lettura (Cabala, Templari, Massoni etc..), sarà che era ambientato il luoghi che adoro, ma me lo sono letto tutto di un fiato. Per il Nome della Rosa invece ho dovuto torturarmi per finirlo e l’Isola del Giorno prima l’ho comprato quando è uscito ed è ancora lì a prendere polvere.

Numero Zero, il libro uscito pochi giorni fa, presenta un Umberto Eco un po’ più leggero, e forse pure troppo. Fondamentalmente in poco più di 200 pagine ci viene raccontata la storia di un quotidiano che non deve uscire, un complotto che probabilmente non esiste e un amore dolce tra due persone che non sanno cosa aspettarsi dalla vita. Il tutto visto dagli occhi di un giornalista non proprio di successo, che entra a far parte di una redazione dove tutto smbra che debba essere fatto per compiacere l’industriale datore di lavoro.

Ora, a mio avviso, sebbene ci siano spunti molto interessanti, uno su tutti il fatto che i quotidiani e l’informazione in generale, servano a controllare la gente e non ad informarla, il libro è come incompiuto, non approfondisce abbastanza per dare uno spunto di riflessione dal punto di vista di critica del sistema, e non intriga abbastanza se lo si vede come una specie di thriller politico. Insomma, quando sembra che la storia inizi ad ingranare siamo ll’ultima pagina. E ti chiedi: “E ora?”. E ora basta, finito, così.

Fa un po’ strano in effetti che un autore abiutato a spiegare anche la rava e la fava di certe situazioni in altri libri, qui si limiti a un romanzetto un po’ banalotto con una spruzzata di idee carine. Ho anche pensato di essermi perso il punto, ma non è così. Purtroppo se doveva essere una critica alla macchina del fango, o se doveva essere un modo per far capire a noi lettori come funzionano certe cose nella gestione dell’informazione, l’obiettivo non è del tutto raggiunto. Se invece doveva essere una storia sui torbidi anni post seconda guerra mondiale sino ai giorni nostri, mah, anche qui si sarebbe dovuto sviluppare molto molto di più.

No, mi spiace ma alla fine ho capito che Numero Zero non mi ha particolamente colpito. Ed è un peccato, perchè l’intravedere come i gornalisti trattano i lettori che gli danno i soldi per campare fa venire la voglia di approfondire sempre di più.

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Joyland, e la quinta stagione diversa di Stephen King.

27/03/2014

copertina-joylandTanti anni fa ero un divoratore di  libri di Stephen King. Non me ne facevo scappare neanche uno, e spesso il giorno dell’uscita nei negozi ero lì davanti (solitamente alla libreria de La Stampa in via Roma a Torino, dove ora sorge l’Apple Store) per essere uno dei primi ad avere  tra le mani il nuovo, sicuro, capolavoro del Re dell’orrore (eddai che l’ho scritto pure io 🙂 )

Ora, non è che ci fosse la fila eh, non c’era hype, non c’era pubblicità. Però avere subito il libro per me era una soddisfazione non da poco. Stagioni Diverse, per motivi anagrafici (è dell’82 ed ero un po’ piccino) non lo comprai all’uscita, ma lo lessi anni dopo, e secondo me fu un bene. Leggendolo però rimasi un po’ disorientato. Non mi aspettavo un libro che con spiriti, orrore e sangue non c’entrava praticamente nulla, ma mi piacque tantissimo.

Era un King che non conoscevo, che mi fece vivere quasi fisicamente le avventure e i ricordi dei protagonisti di queste quattro brevi storie. Oggi Stagioni Diverse è uno dei libri di King che ricordo con maggior affetto, e il buon Stephen l’anno scorso ha deciso, secondo me, di aggiungere un’altra storia, una quinta stagione, a quella bellissima raccolta.

Joyland è un flashback unico, un ricordo di una persona che racconta la più bella, divertente, incredibile, triste e drammatica estate della propria vita.

Anche qui, come capitava in Stagioni Diverse, la parte “paranormale” del repertorio di King è quasi assente, e tutto il racconto si basa su un caso di cronaca in un parco giochi, su personaggi come al solito descritti benissimo e sulla descrizione di una micro america del 1973 (quasi tutto si svolge in un parco giochi) tutto molto diverso dal rigore storico del precedente 22/11/63.

Certo è che dopo aver divorato Doctor Sleep, dove il male, il nero e la morte sono una costante, Joyland è un raggio di sole caldo e accogliente. Tutto è raccontato con dolcezza, gentilezza, non ci sono immagini brutali, non ci sono mostri deformi che rubano le anime. C’è un ragazzo con la sua storia, un mistero, e tanta dolcezza.

Joyland non è un capolavoro sia chiaro, ma è uno di quei libri che una volta finiti ti lasciano una malinconia dolce e amara nello stesso momento, come quando ti ritrovi a pensare alla tua adolescenza essendo conscio che è un periodo, bellissimo, che non tornerà più, ma sei contento di averlo vissuto nel modo giusto.

Comunque lo consiglio, caldamente.


Doctor Sleep. Che fine ha fatto il piccolo Danny Torrance?

20/02/2014

51EwpLnoYIL._SY445_Buuuu il seguito di Shining!!!! Buuuu paiura!!!

Più o meno questo è il modo in cui i media hanno presentato Doctor Sleep, il nuovo romanzo di Stephen King, il seguito di Shining. A parte che ho sempre apprezzato tantissimo il titolo italiano della prima edizione nostrana ovvero “Una splendida festa di morte” ,ma devo confessare che ero molto titubante se leggere questa nuova fatica di King o no.

Prima di tutto bisogna dire una cosa: quelli che alla domanda se hanno letto Shining rispondono “No ma ho visto il film” si leggano il libro. Kubrick, per quanto abbia tirato fuori un capolavoro, non ha seguito il testo, ma anzi ha fatto un po’ il cazzo che ha voluto. Quindi, primo: leggere Shining.

Poi: io sono uno di quelli che pensa che Shining sia uno dei migliori romanzi di King. per come ha raccontato un dramma familiare riuscendo a contornarlo da visioni, posti maledetti e paure ataviche. Ma Shining fondamentalmente è la storia di un uomo, Jack Torrance che ha un grosso problema: è un alcolista. Non sono i mostri, i non morti o il terribile Overlook Hotel a fare più paura. Sono Jack Torrance e il suo problema.

Ammetto che non mi ero mai chiesto che fine avesse fatto Danny Torrance, il figlio di Jack, per me la storia era bella che finita, ma in Doctor Sleep lo scopriamo. Eccome.
Non sto certo qui a raccontare la trama, cosa che mi secca sempre tanto quando leggo qualcosa su un’opera che mi interessa e che non ho ancora avuto il tempo di fruire, ma posso tranquillamente dire che Doctor Sleep, alla fine, non è uno dei migliori scritti di King.

E’  piacevole e scorre bene? Sì. E’ il seguito di Shining? Assolutamente sì. E cosa c’è che non va allora? E’ che è un libro con diversi alti e bassi. In alcuni punti è molto coinvolgente e appassionante, mentre in altri è un po’ banalotto e prevedibile. Per citare un libro di King recente che ho letto, 22/11/63, qui siamo su un livello decisamente inferiore (ok 22/11/63 lo considero un fottuto capolavoro ma ci siamo capiti).

La stoira però è interessante e c’è una cosa che però ho apprezzato molto (e che potrebbe far storcere il naso agli integralisti amanti di Shining), ovvero che qui siamo davanti ad una storia COMPLETAMENTE diversa dall’altro libro. King non si è messo a fare una fotocopia-sequel come spesso capita a grandi successi cinematografici. Ha veramente raccontato cosa capita a Danny negli anni dopo i fatti all’Overlook Hotel, al di fuori dell’Overlook Hotel.

Insomma, capiamoci, secondo me se si è fan di Stephen King e si ha nel cuore la storia della famiglia Torrance bisogna leggerlo. Di sicuro è necessario aver letto Shining per poter apprezzare al 100% tutti i riferimenti piazzati in Doctor Sleep. Leggerlo così, “a freddo”, magari pensando di trovarsi davanti “un libro dell’orrore!buu buu paiura” potrebbe deludere i più ed essere bollato come “romanzo da ombrellone” anche se siamo a febbraio.

Un piccola digressione sul fatto che COMPRARE legalmente questo libro in formato ebook in italiano è impossibile (oddio ho cercato ovunque e non l’ho trovato). Amazon, Feltrinelli, IBS, nessuno ha la versione italiana. Nella pagina Facebook di  Sperling & Kupfer , la casa editrice spiega che non ha i diritti per la versione digitale. E chi ce li ha che King lo pubblicate solo voi? In giro da acquistare ci sono versioni inglesi, tedesche, francesi, ma in italiano no.
Io non leggo più su carta perché non ho lo spazio fisico per mettere i libri. L’ho finito, sì. E poi (ahimè) sono uno che non rilegge un libro quindi il formato digitale è perfetto. Per altro comprando su Amazon tutto rimane nel cloud e se avessi voglia di rileggere qualcosa me lo riscarico.
Rimango in attesa della versione digitale UFFICIALE per poterla comprare. Gabe Newell di Valve diceva che per contrastare la pirateria non è tanto il costo del bene da comprare su cui puntare, ma la facilità di acquisto e la disponibilità di tale bene. Qui non ci siamo proprio.


Marco Malvaldi e gli amici del BarLume. Roba da leggere, sì.

11/10/2013

la-briscola-in-cinquePubblico questo post con incredibile ritardo, ma è stato scritto settimane fa.

Ci sono cose che mi fanno ancora sperare che il mondo abbia un senso. Dopo il geologo che ha capito di essere un fumettista (Leo Ortolani) mi sono imbattuto in un altro fenomeno letterario: un chimico che si è scoperto scrittore.

Queste cose primo mi fanno pensare che un giorno, lontano lontano, magari anche io potrò diventare qualcosa di più di quello che sono, secondo mi fanno scoprire persone che solitamente scrivono cose molto vicine ai miei gusti.

Consigliato (ottimamente come sempre) dalla mia dolce metà ho iniziato a leggere La briscola in cinque, primo libro che racconta le vicende di Massimo, barrista (con due r sì) del BarLume, dei quattro vecchietti che infestano il locale e di Pineta, il fittizzio paesino toscano dove tutto è ambientato.

Ad oggi sono stati pubblicati quattro romanzi con gli stessi protagonisti, e in ogni libro c’è un delitto, e per ogni delitto ci sono Massimo e i quattro vecchietti che indagano, dando una mano (a volte non tanto però) a Fusco, lo scorbutico commissario di Pineta.

Pineta è un paesino della versilia, e come è giusto che sia è tutto molto toscano: i battibecchi tra i personaggi, i pensieri un po’ sporcaccioni sulle tette della aiuto barista, il fatto che il bar sia IL ritrovo del paese, le macchiette tipiche della bellissima terra di Dante. Sono brevi (tipo Montalbano diciamo), editi da Sellerio, e li si legge con molto piacere.

Malvaldi riesce a tenere una scrittura molto semplice ma anche molto dinamica. Complice la parlata toscana, il fatto che spesso e volentieri scappi una risata al lettore, e la “brevità” dei racconti (si finiscono in un paio d’ore abbondanti), il tutto scorre via in maniera molto piacevole, senza intoppi.

Sì, 7 euro per la versione digitale (a libro) possono essere tanti, visto che comunque sono romanzi che si leggono tutti di un fiato, però è una lettura così piacevole che secondo me si può risparmiare su qualcos’altro e godersi le divertenti indagini del barrista Massimo e dei suoi attempati amici.


Heat Wave: il piacevole romanzo di uno scrittore che non esiste.

25/03/2013

fazi_-_heat_waveDa questa parti credo di averlo ripetuto più volte: mi piace moltissimo Castle, la serie poliziesca che ha come protagonista Nathan Fillion, e la seguo sempre con molto piacere. Come molti sanno Fillion interpreta Richard Castle, uno famoso scrittore di New Youk che in un momento di “blocco” chiede al suo amico sindaco di affiancare un poliziotto in modo da carpire qualche nuova idea per il suo nuovo libro che stenta a decollare.

Ovviamente non finisce a fare il rompicoglioni a un tipico polizziotto ammerrigano tutto ciccia e ciambelle, ma lo affibbiano a Kate Beckett (interpretata da Stana Katic) che non è una figona da circo equestre, ma è quel mix di bella donna quasi realistica che aiuta il personaggio.

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Beh vallo a trovare un poliziotto così.

Alla fine lo scrittore partorisce il romanzo, “Heat Wave” che in un lampo diventa subito un best seller e che tutti nel distretto di polizia vogliono leggere perchè ovviamente è basato su di loro.  E non solo, il buon Castle ci mette dentro una scena “hot” tra il protagonista e la poliziotta con cui collabora (guarda caso la trama del romanzo è molto simile alla realtà della serie TV) che ovviamente negli uffici del distretto diventa l’argomento principe di discussione e di battutine feroci.

Il fatto è che il romanzo Heat Wave è veramente stato pubblicato nel mondo reale, a nome Richard Castle. Ed non solo è molto piacevole come trama ed è scritto bene (d’altronde se piace la serie TV non può non piacere la storia raccontata) ma, per chi ha seguito le puntate in televisione, è anche esilarante in certi punti dato che automaticamente vengono in mente parti di episodi dove i protagonisti ne parlano spesso tirandosi velenoste frecciatine.

Comunque, se si vuole leggere un romanzo poliziesco simpatico, con una trama carina (niente di speciale eh) e si è appassionati di Castle, Heat Wave è il perfetto compagno di qualche ora sul divano. Se si ignora chi sia Richard Castle allora fatevelo prestare, ma si sappia che è scritto molto meglio di romanzi atroci che hanno venduto miliardi di copie (50 sfumature di stocazzo per esempio).


Casinò Royale: un romanzo un po’ da estate di TV Sorrisi e Canzoni

09/01/2013

cYi_X85z.jpeg.partPur essendo un fan dei film di Bond non avevo mai letto nulla scritto da Ian Fleming su 007. Mi sono sempre limitato a vedere i film, fantasticando di essere alla guida ora della DB5 ora della DBS V12, cercando di immaginare cosa volesse dire avere le licenze di Bond nella vita reale.

Il fatto è che per me Bond è un personaggio del cinema e non ho mai considerato la possibilità di leggere i romanzi originali. In queste vacanze natalizie invece mi è preso il trip giusto e ho deciso di iniziare dal primo racconto, Casinò Royale.

Sono partito ovviamente consapevole delle differenze che solitamente si trovano tra libri e film, non mi aspettavo però di trovarmi di fronte ad un romanzetto (eh sì) veloce veloce che passa almeno metà tempo a raccontare del rapporto tra Bond e Vesper, lei che non parla, lui che non capisce, bisticci, baci, sesso, bisticci. Una roba da Harmony. Il fatto è che la prima metà del libro è Bond al 100%, tutta incentrata sulla partita di Baccarà (e non Texas Hold’em come nel film) che vede 007 contrapposto al cattivone di turno Le Chiffre.

Non so, alla fine devo ammettere che mi è piaciucchiato, ma è rimasto un po’ l’amaro in bocca per un qualcosa di non “compiuto”. Sarà che è il primo racconto, sarà che si chiude inaspettatamente, sarà la parte “harmony” troppo prolissa, ma mi ha lasciato veramente un po’ “meh”.

Ora mi lancerò nel leggere i successivi, sperando in una struttura un po’ più complessa e in personaggi un attimino meno stereotipati (Bond è veramente una bestia con le donne, di un maschilismo pazzesco, nei film è un attivista femminista a confronto).

C’è da dire che Casinò Royale è stato pubblicato nel 1953, e per essere di quel periodo è maledettamente moderno. La scena di tortura su Bond  per esempio è addirittura più cruda nel libro che nel film.

Mah, vedremo, ora si passa a Vivi e lascia morire (1954), che è sempre un gran titolo 😀


Player One. Il nerd che è in ogniuno di noi apprezza.

17/12/2012

41bw5bGVXJL._AA258_PIkin4,BottomRight,-49,22_AA280_SH20_OU29_Player One (Ready Player One in originale, mistero sul cambio del titolo) è un libro che può piacere solo ad una ben definita fetta del popolo terrestre: quella che annovera tra le sue file i nerdoni da paura tra la fine degli anni ’70 e l’inizio dei ’90.

La storia narra le gesta di un ragazzo di nome Wade che in un futuro abbastanza prossimo passa la sua esistenza quasi costantemente collegato ad una simulazione di realtà virtuale (chiamata Oasis) così perfetta che la gente ci va a scuola, ci gioca, ci scopa,  in pratica ci vive. Una sorta di Matrix ma a partecipazione volontaria.  Dentro questa simulazione è stato nascosto un Easter Egg, un “qualcosa” che se trovato farà diventare il vincitore l’unico erede di tutti i beni del creatore di Oasis, tal James Halliday, passato a miglior vita anni prima. E uno si chiede: ma che minchia c’entra una caccia al tesoro virtuale con gli anni migliori della mia adolescenza?

C’entra, perchè il creatore di Oasis era stato adolescente negli anni ’70 e ha infarcito la simluazione di qualsiasi citazione nerd possibile e immaginabile, da Joust al telefilm I Ragazzi del Computer. Proprio studiando tutte queste citazioni, studiandole attentamente, Wade e gli altri cacciatori dell'”Egg” dovranno scoprire gli indizi per risolvere l’enigma che Halliday ha lasciato come testamento.

Effettivamente Player One, a uno come me, non può che piacere molto. Primo perché parla di qualsisasi gioco/serie tv/film che ho giocato e visto. Secondo perchè la contrapposizione tra mondo reale e virtuale è una cosa che tra forum, chat e chissàcos’altro ho vissuto moltissimo in prima persona (ovviamente senza tute aptiche).

Capisco comunque le critiche: la storia è oggettivamente banale, molto poco realistica anche in un contesto di pseudo-fantascienza, e i personaggi sono veramente troppo stereotipati.

Un bel chissenefrega però in questo caso ci sta tutto:per me che passavo i giorni a giocare a Bubble Bobble nel bar vicino a casa  è stata una lettura decisamente piacevole.

PS: e comunque Player One può essere sempliciotto e facile, ma a confronto di 50 sfumature di stocazzo è scritto che sembra la Divina Commedia, così giusto per dire eh.