Veleno.

25/01/2018

 

veleno

Dopo vari consigli di molti miei conoscenti ho ascoltato anche io Veleno, il podcast/serie audio pubblicata da Repubblica, che parla di fatti di cronaca avvenuti vent’anni fa in alcuni paesi della bassa modenese. Ascoltare Veleno è stata un’esperienza sicuramente forte che mi ha fatto un effetto particolare. Gli avvenimenti raccontati nel podcast sono reali, e fanno riferimento a dei casi di abusi sessuali correlati a pratiche sataniche che avrebbero coinvolto diversi bambini e le loro famiglie nella seconda metà degli anni ’90.
Il fatto è uno si aspetta di sentire una storia che parla di fatti terribili, di bambini abusati, di genitori deviati e di condanne esemplari. E sì, c’è tutto questo, ma c’è anche il fatto che la storia vera è un’altra, una storia per cui più di 10 famiglie sono state distrutte per nulla, per errori giudiziari, per incapacità delle persone che dovevano vigilare e proteggere i bimbi. Da padre, sicuramente, è stato un ascolto che mi ha coinvolto nel profondo.
Il prodotto, come valori di produzione, è ottimo e l’inchiesta che è stata effettuata per creare Veleno è sicuramente molto approfondita e in molti punti così sconcertante che sembra la trama di un film, di quelli fatti bene. In sette episodi di cui si compone la serie solo l’ultimo ha quel tono da giornalismo un po’ cialtrone che dà dei giudizi dall’alto di chi sembra sapere tutto, ma comunque, nonostante la voce narrante sia una de Le Iene, Pablo Tincia, il tutto è trattato in maniera molto professionale, molto seria e comunque rispettosa per le vittime di quegli eventi tragici, vittime che sono tantissime.
Purtroppo temo che un inchiesta simile, con il clamore mediatico che sta suscitando, se da una parte servirà a far conoscere a molti una storia sconosciuta (almeno a me sicuramente) temo che per chi ha vissuto quegli eventi, se mai la sentirà, sarà come ripiombare in un incubo da cui probabilmente era riuscito a scappare. E spero, lo spero davvero, che la storia non crei un film, e poi una serie, e poi altro, e sarebbe veramente inopportuno. Perché quando c’è un dramma, di queste dimensioni per altro, è un attimo che ti ritrovi una foto tirata fuori da chissà qualche archivio sulla copertina di spazzatura editoriale come Giallo.

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The Grand Tour vs. Top Gear

14/01/2018

Da qualche settimana su Prime Video è ricominciato The Grand Tour, il programma “motoristico” dove sono convolati i tre giornalisti che parlano di auto più famosi del mondo, ovvero Jeremy Clarkson, James May e Richard Hammond, dopo essere stati allontanti dalla BBC. E proprio in questi giorni ho visto la stagione 2017 di Top Gear, presentata da Matt Leblanc (Joey di Friends), Rory Reid e Chris Harris. Detto che avevo provato a guardare la serie del 2016 e quel poco che avevo visto era stato atroce, non ero molto fiducioso su quella successiva. E invece mi sbagliavo.

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Partiamo però con The Grand Tour. Questa seconda stagione è sicuramente molto migliore della prima che dopo un inizio sfavillante aveva grossi problemi (tipo l’odioso pilota tester o il fatto che non c’erano ospiti). Il nuovo pilota tester è una donna, velocissima, ma veramente poco valorizzata in quanto non solo non è presente tutti gli episodi ma il Clarkson e soci quasi non la citano. Sono tornati anche gli ospiti, due alla volta, per fare il tempo sul giro sul (davvero triste) circuito metà sterrato metà asfaltato di The Grand Tour, ma anche qui non ci siamo ancora. Spesso gli ospiti sono abbastanza sconosciuti (sicuramente a noi italiani ma credo anche al resto del pianeta) a parte un episodio dove sono stati invitati Luke Evans e Kiefer Sutherland. Però sarà che il programma è improntato troppo sui tre presentatori e sul fatto che non c’è quasi mai una novità, ma quello che manca davvero sono le macchine, le recensioni, il fatto di essere tremendamente british. Non so, è come quando un presentatore che funziona tantissimo in Rai va in Mediaset e qualcosa non va.

 

E proprio vedendo l’ultima stagione di Top Gear mi sono accorto di quanto The Grand Tour deve ancora migliorare per arrivare ai livelli produttivi della BBC. Non parliamo neanche di un confronto con il Top Gear storico, The Grand Tour ne uscirebbe massacrato, ma anche paragonato alla serie 2017 Top Gear, nonostante non abbia un cast così carismatico (Leblac è molto simpatico e fa il suo, ma quando intervista non è un giornalista, Chris Harris è un ottimo pilota e fa ridere ma non è Hammond e Rory Reid è veramente lasciato in disparte e imita troppo lo stile delle recensioni di Clarkson e soci), dicevo nonostante non ci sia il carisma dell’altro trio, eppure il programma in se funziona meglio. Ci sono ospiti famosissimi (James McAvoy e David Tennant nei primi due episodi, e non qualche giocatore di Cricket sconosciuto), the Stig, c’è il circuito di Top Gear, ci sono le auto, le recensioni delle supercar che ci piacciono tanto e che per altro, vengono testate molto prima che le stesse auto in The Grand Tour.

Insomma, bello lo show di Amazon, ma come programma in se apprezzo quasi di più Top Gear. Certo che per gli appassionati di auto meglio due programmi che uno 🙂


DARK, una seria da guardare belli attenti

18/12/2017

Dark_ITA-691x1024Come faccio spesso con i libri, mi capita anche di iniziare a vedere una serie TV solo per l’immagine che è utilizzata come cover nei vari servizi streaming.

E’ così che, senza saperene praticamente nulla, mi sono avvicinato a Dark. Ne sapevo così poco che ho capito che non era una serie americana, ma bensì tedesca, solo durante il primo episodio.  Vabè, la faccio breve che tanto parlarne a fondo vuol dire fare spoiler ad ogni angolo.

Si tratta di un serie Netflix di dieci episodi ambientata nella cittadina tedesca di Winden dove tra sparizioni di ragazzini, suicidi, paradossi spazio temporali e intrighi tra le varie famiglie, ce n’è un po’ per tutti i gusti.

Secondo me una chance bisogna dargliela per due motivi: i valori di produzione sono eccellenti e la trama pur essendo mooooolto lenta è costruita molto bene e avvinghia lo spettatore nella sua complessità decisamente elevata. Per dire, ad un certo punto ho pensato di trovarmi di fronte ad una serie nata come spin off del film Primer.

Ecco, è una serie da vedere da svegli, se si perde anche un solo momento non si capisce più chi è quel tizio e in che periodo temporale sta. Anzi, è una serie che probabilmente è stata pensata per essere vista di botto, o nel minor numero di sessioni possibile. Se fosse stato un telefilm pensato alla vecchia maniera, con un episodio alla settimana tipo, lo spettatore si sarebbe confuso dopo i primi due episodi.

Nota: non c’entra una mazza son Stranger Things

Difetto: è necessaria una seconda serie per capire molte cose (maledetti)

 


Legoland Deutschland – Una piccola recensione

30/06/2017

IMG_4306[1]Quest’anno abbiamo deciso di investire la nostra settimana di giugno di vacanza in un viaggio un po’ diverso: siamo andati in Germania, in particolar modo abbiamo trascorso due giorni a Legoland e due a Monaco di Baviera.
Qui farò una brevissima recensione di Legoland, per quelle persone che decidono di andarci apposta o se passano dalle parti di Monaco.

Innanzitutto è bene precisare una cosa: a Legoland c’è sia la parte “resort” ovvero gli alberghi o sistemazioni a tema, sia il parco con le attrazioni. Il target del parco è molto specifico, ed è pensato per bambini dagli 6 ai 10 anni. Se siete quindi amanti delle attrazioni estreme lasciate stare, non fa per voi. Le “giostre” per adulti sono 3 o 4 a seconda di quanto vi piace il brivido, il resto è pensato tutto per i bambini.
Chiarita questa cosa diciamo subito che sono stati due giorni molto belli. Innanzitutto il consiglio è quello di alloggiare al Resort. Noi abbiamo preso una stanza al castello del drago (Drachenburg) e già si viene catapultati in un’altra dimensione. Sembra di essere in un set Lego vero, ma questo è in scala 1:1. con i castelli bellissimi fuori e dentro, le stanze a tema arredate in maniera geniale, con anche una cassaforte dove i bambini, per aprirla e scoprire il segreto che nasconde, devono fare una piccola caccia al tesoro.

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Gli hotel e i bungalow a tema (ci sono degli egizi, di Lego Racers e altri) sono a 5-10 minuti di cammino dal parco, in mezzo al verde. E’ presente anche una struttura che apre alla sera con un percorso avventura veramente bello, e giochi per i bimbi si sprecano, sono ovunque.

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Nel resort ci sono 3 ristoranti ,un bar, un negozio, il minigolf, e qualche altra roba che sicuramente mi sto dimenticando.
Detto quindi che la parte fuori dal parco è geniale, il parco in se è molto simile a quelli medi italiani. Non siamo a Gardaland o Mirabilandia, ma siamo in un posto dove i bambini possono fare tantissime attrazioni da soli, o accompagnati da un genitore se parliamo delle giostre più complicate. Ci sono degli spettacoli, un cinema “4D” con gli effetti di pioggia, vento e fumo, e tantissimi, ma tantissimi negozi Lego. Ecco i prezzi dei negozi sono in linea con quelli che si trovano normalmente nei ToysCenter, non ci sono pezzi rarissimi, ma si trovano molte chicche che fuori dal parco non ci sono. Molto interessante la “Fabrik” dove si vede una piccola catena di montaggio.

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La genialità dei negozi all’interno del parco però è che sono loro stessi un interesse per i bimbi perché ci sono migliaia di pezzi sfusi con cui i ragazzini trafficano per un sacco di tempo, magari poi non chiedendo neanche ai genitori di acquistare qualcosa.

Ovviamente non manca la zona con plastici in Lego di mezzo mondo nel centro del parco (l’Allianz Arena è incredibile).

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Come dicevo prima le attrazioni pensate per gli adulti (che oddio vanno benissimo per i ragazzini ma possono anche non essere apprezzate) sono 3 o 4, però un paio molto belle: in una ci si siede praticamente nella mano di un braccio robot enorme e si viene sballottati qui e li, in un’altra si sale in una sorta di aeroplanino monoposto e si può fare qualsiasi evoluzione mentre la giostra gira (tipo capottarsi continuamente fino a che il pranzo non si riversa per terra 😀 )
Possiamo comunque trovare le calssiche attrazioni con i tronchi che si tuffano nel “fiume”, montagne russe, cose più tecnologiche come la parte di Ninjago o più da bimbi piccoli come la parte di Lego Duplo.

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L’unico consiglio che posso dare , oltre appunto che andare con bimbi nel target d’età giusto (perché il rischio è quello di sentirsi dire “oh ma sta roba è una palla colossale”) e passare una notte nel castello, è quello di portarsi dell’acqua dietro, perché nel parco una bottiglia da 1L costa 3.50 euro. L’autostrada però è gratis 😀

Ah, noi abbiamo avuto fortuna, abbiamo trovato giornate strepitose e poca gente, ma ho sentito di persone che hanno fatto tanta coda per ogni singola attrazione.

A noi è piaciuto un sacco, ecco.

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Perchè mi guardo le gare sugli ovali

22/05/2017

indy2050020logo20hotel20logoMolti mi prendono in giro perché sono uno di quelli a cui piace la Formula 1. Vi risparmio le reazioni quando confesso che pure le gare sugli ovali proprio non le disprezzo, però oh, sono fatto così, c’è gente che si guarda MasterChef, non rompiamo.

Ieri sera, quasi per caso, mi sono ritrovato a vedere uno streaming dal vivo su youtube (SICURAMENTE autorizzato dalla Indycar Racing) , con la sessione di qualificazione per la griglia di domenica della 500 miglia di Indianapolis.

Ok, probabilmente non ci fosse stato Alonso non l’avrei guardata, ma in realtà è stato molto più interessante del previsto. Funziona così: si parte dall’ultimo pilota delle prove del giorno prima fino al poiù veloce. Ogni pilota, da solo in pista, deve fare 4 giri cronometrati, ma non conta il tempo, conta la velocità media. Quindi quello con la velocità media più alta sui quattro giri è in pole. Ed è emozionante, perché qualsiasi micro errore (uno ha sfiorato a 370 all’ora il muro due volte) fa perdere quel chilometro e mezzo di velocità che può compromettere anche diverse posizioni. Insomma, vedere le macchine che girano in un’ovale magari non è così emozionante, ma la gara sul micro secondo è invece abbastanza appassionante.

Alonso partirà quinto, che per un rookie, uno alla sua prima esperienza in Indycar, è un grandissimo risultato. Vedremo, intanto domenica spero di almeno riuscire a guardarmi i primi giri, così giusto per vedere cosa succede.

PS: La pole l’ha fatta questa macchina qui.

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There must be something good, far away

19/05/2017

mv5bmtm0nju1mjm4ov5bml5banbnxkftztcwotcwntezmg-_v1_uy317_cr10214317_al_Mi sono reso conto che la notizia della morte di Chris Cornell arrivata inaspettata ieri mattina mi ha sicuramente colpito, ma non mi ha sconvolto come invece è capitato a molti che conosco. Ho pensato subito ad un incidente o ad un infarto. Insomma Cornell era in piena attività ed era anche un salutista convinto, quindi avevo istintivamente escluso overdosi o cose simili. Pare sia stato un suicidio, ma a parte la causa della morte, che interessa fino ad un certo punto, penso che un altro di quelli che ritengo i quattro leader storici della musica di Seattle se n’è andato. Non so perché questa morte al contrario delle altre mi ha colpito di meno. Forse perché sono più vecchio e meno emozionabile, forse perché con Cobain ma soprattutto con Layne Staley questo shock aveva già dato tutto quello che poteva dare (la prima morte eccellente però che mi aveva colpito moltissimo era stata quella di Freddy Mercury). Ecco, con Layne forse se n’è andata quella sorta di speranza, di bellezza, di disperazione che la musica si porta dietro, non so davvero spiegare. Mi spiace molto per Cornell, è un altro mio grande mito che scompare. L’ho visto quattro volte dal vivo, tre con i Soundgarden e una con gli Audioslave, ed è sempre stata un’emozione. Forse il momento più bello è stato sentirlo cantare da solo Black Hole Sun al Palavobis (come si chiamava allora) di Milano, insieme ai miei amici di sempre.
Quando ho saputo la causa della morte però una sola canzone mi è venuta in mente. Boot Camp.

 


Indiana Jones nel 2020 e il dramma dei “predatori” ridoppiati.

26/04/2017

indiana-jones-e1465686281884Oggi Disney ha diramato le date per i prossimi suoi film di grande richiamo. Innanzitutto veniamo a sapere che Star Wars IX non uscirà nel 2018, a dicembre come è capitato per il VII e accadrà per l’VIII ma slitterà fino a maggio del 2019. Vabè, possiamo sopravvivere (guerra nucleare permettendo).

Il vero dramma è l’annuncio di un nuovo Indiana Jones per il 2020, anno in cui Harrison Ford avrà se non sbaglio 77 anni. Ora, già l’ultimo Indy, il regno del tempo del teschio di cristallo o come cacchio di chiamava, era urendo, non mi capacito di come sia possibile tirare fuori un film decente con questi presupposti.

Purtroppo non solo il futuro di Indiana Jones è immerso nella paura e nel terrore, ma anche il passato non se la passa benissimo. Mi riferisco al ridoppiaggio dei Predatori Dell’Arca Perduta, credo del 2009 dove l’intero cast dei doppiatori del film originale è stato soppiantato da altre voci, su tutti Pino Insegno che fa Indy al posto del mitico Michele Gammino. L’unica domanda è: perché? Certo, la traccia audio ora beneficia di Dolby Surround multicanale cazzi e mazzi, ma l’intensità e la partecipazione dei doppiatori nuovi è pari a una mozzarella pigra, inaccettabile.
Ok, i film bisognerebbe vederli in originale, ma Indy e Ritorno al Futuro ho imparato ad amarli in italiano da piccolo e sentire altre voci appioppate ai miei personaggi preferiti (voci per altro assolutamente inadeguate) è stato veramente brutto.
Meno male che il cofanetto di Indy (cofanetto che raccoglie la trilogia e non quello squallido quarto capitolo) contiene I Predatori vecchia maniera, con buona pace del dolby surround. Il cuore stavolta batte la tecnologia.
Su Netflix purtroppo c’è la versione ridoppiata, peccato, avessero messo almeno la scelta dell’audio….